Resistere nelle prove

autore: Pierluigi Bianchi Cagliesi
pubblicato il: 15 Maggio 2026
categoria: Vivere la fede

Laudetur Iesus Christus, cari amici.

Condivido con voi una riflessione che rivolgo a voi, ma anche a me stesso: come si attraversano le prove quando esse non finiscono, quando sembrano interminabili, quando ogni soluzione umana si chiude e persino il cielo sembra tacere. Perché ci sono croci che durano giorni, altre mesi, altre anni, e alcune che accompagnano un’intera vita. Eppure, proprio lì, nel punto più oscuro, il Signore chiede a qualcuno ciò che non chiede a molti: sostenere un peso che ha un senso, una logica, una destinazione che comprenderemo pienamente solo alla fine del cammino.

La prima condizione per resistere è non sentirsi mai giusti, mai vittime assolute, ma peccatori nelle mani di Dio. Anche quando il male ci raggiunge dall’esterno, anche quando non dipende da noi, la postura cristiana non è quella dell’innocente offeso ma del figlio che si affida. È questa umiltà che apre la strada alla grazia. E insieme all’umiltà, il combattimento: il Signore infatti non ci chiede di subire passivamente, ma, anzi, ci chiede di cercare, tentare, provare ogni via possibile, perché accettare la croce non significa rinunciare alla battaglia.

Poi c’è la pazienza di Giobbe, quella virtù antica che non ha nulla della rassegnazione ma è piuttosto adesione alla volontà di Dio proprio mentre ogni appiglio umano viene meno. Giobbe non capiva, non vedeva, non intravedeva alcuna via d’uscita… eppure rimaneva saldo. E il suo riscatto finale fu così grande da superare ogni immaginazione. È un mistero che la psicologia contemporanea conferma: la capacità di resistere nelle prove lunghe non nasce, come buona parte di certa ideologia porta erroneamente a credere, dalla propria forza personale, ma dal significato che si intravede nel dolore. Lo afferma anche l’American Psychological Association nel suo studio sulla resilienza: “La resilienza non è evitare la sofferenza, ma attraversarla mantenendo un orientamento di senso”.

E quando la prova dura anni — cinque, dieci, venticinque — la tentazione è guardare al domani, al mese prossimo, all’anno che verrà. Ma il Signore ci chiede il contrario: vivere il presente, qui e ora, un giorno alla volta. Non sappiamo se arriveremo a sera, ma sappiamo che ora siamo vivi, ora combattiamo, ora ci uniformiamo alla sua volontà. E questo basta.

Perché vedete, è proprio quando ci uniformiamo alla volontà di Dio nell’accettare la sofferenza che viviamo, che il Signore ci concede la grazia sorprendente di non ripiegarci su noi stessi, di non restare prigionieri delle nostre pene interminabili, ma di saper sfondare quella barriera che ci chiude e alzarci verso l’alto. È allora che impariamo a vedere ciò che sta oltre la sofferenza: tutto il bene che possiamo ancora compiere, nonostante tutto. E quel bene, compiuto sotto la croce, riceve una forza nuova: ogni gesto diventa più efficace, più fecondo, più capace di portare frutto. Con la sofferenza, ciò che sarebbe stato difficile diventa possibile; ciò che sembrava piccolo acquista un’efficacia che mai avremmo immaginato.

E ricordiamolo, cari amici: ogni notte ha il suo mattino, ogni croce ha la sua fine. Tutto passa, tutto si compie, tutto si chiude. E per chi rimane fedele, la ricompensa sarà grande: se non di qua, certamente di là; e per qualcuno, anche in questa vita, con un centuplo che solo Dio può donare. Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria si avvicina, e con esso la ricostruzione di una civiltà cristiana luminosa, ordinata, pacificata. Sarà un tempo di splendore che sanerà le ferite e ridarà al mondo una bellezza che non abbiamo mai conosciuto.

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