Quello che non mi serve mi danneggia

autore: Pierluigi Bianchi Cagliesi
pubblicato il: 12 Settembre 2025

Discernere, liberarsi, restare saldi: la sapienza dei santi nella tempesta del nostro tempo

Nel cuore della festa di Santa Teresa di Calcutta, celebrata il 5 settembre, risuona una frase che oggi suona come un grido profetico: “Quello che non mi serve mi danneggia.” Non è solo un pensiero ascetico, ma una regola di sopravvivenza spirituale, un principio che ci invita a liberarci del superfluo per custodire ciò che conta davvero.

Santa Teresa pronunciò queste parole rifiutando un prestigioso edificio offertole da un imprenditore. Dopo lunga preghiera, capì che quel dono, pur bello, avrebbe ostacolato la sua missione. E lo rifiutò. Un gesto controcorrente, che oggi ci interroga profondamente.

Viviamo in un’epoca di sovraccarico informativo e di confusione spirituale. Ogni giorno siamo bombardati da notizie, opinioni, devozioni, iniziative, richieste. Anche il mondo cattolico non è immune da questa frenesia. Ma tutto questo ci serve davvero? O ci appesantisce, ci distrae, ci ferisce?

La sapienza dei santi ci offre una bussola per navigare nella tempesta. Come i marinai di un tempo, che durante le burrasche gettavano il carico in mare per salvare la nave, anche noi siamo chiamati a liberarci della zavorra. Le cose inutili, le pratiche disordinate, le curiosità che ci distolgono dall’essenziale: tutto ciò va lasciato andare. Perché nella tempesta si sopravvive solo se si è leggeri.

Sant’Ignazio di Loyola, negli esercizi spirituali, insegna che nei momenti di turbolenza bisogna “stare fermi”. Non nel senso di immobilità, ma di radicamento. Consolidare le posizioni, rafforzare la vita spirituale, tornare all’essenziale. E questo richiede discernimento, silenzio, ordine.

Padre Pio, interrogato su cosa fare nei tempi difficili, rispondeva con poche parole chiare: “Poche cose, chiare e ferme.” E le elencava: i sacramenti — confessione e comunione —, il santo rosario, e la fede dei nostri padri. Non una fede generica, ma quella tramandata, vissuta, custodita nella tradizione della Chiesa. Quella che ha resistito alle tempeste della storia, che ha salvato la cristianità a Lepanto e a Vienna, che ha formato generazioni di santi.

Il rosario, diceva Padre Pio, “non si molla”. Anche fosse uno solo, detto con fatica, va recitato. È l’ancora, l’arma invincibile, il filo che ci tiene legati alla Madonna e alla salvezza. E la fede dei padri — ripetuta tre volte — è il faro nella nebbia, il punto fermo quando tutto sembra vacillare.

In questo tempo di caos, di mondanizzazione, di confusione anche dentro la Chiesa, la tentazione è quella di seguire ogni voce, ogni novità, ogni proposta. Ma la vera sapienza è nel silenzio, nel discernimento, nel coraggio di dire “no” a ciò che non serve. Perché ciò che non serve, ci danneggia. E danneggia anche chi ci è accanto, le nostre opere, la nostra missione.

Dobbiamo fermarci, non disperderci. Stabilizzare poche devozioni, chiare e precise. Organizzarci, strutturarci, attendere che la tempesta passi. E nel frattempo, raccoglierci nel fondo dell’anima, dove — come diceva San Francesco di Sales — c’è la quiete, come nel fondo del mare. Lì, nella calma, attendere che il Signore agisca, nella sua giustizia e misericordia, per rimettere ordine in un mondo impazzito.

Questa purificazione sarà necessaria. E da essa nascerà una nuova società cristiana, più splendente di quanto mai sia esistita. Ma per arrivarci, dobbiamo restare saldi, fermi, essenziali. E chiedere sempre l’aiuto della Santissima Vergine, nostro rifugio sicuro nel suo Cuore Immacolato.