Parlare bene per vivere bene: l’etica cristiana della comunicazione

autore: Pierluigi Bianchi Cagliesi
pubblicato il: 26 Maggio 2025

Laudetur Iesus Christus.

Desidero condividere con voi alcune riflessioni sull’etica cristiana della comunicazione, ispirate al primo, significativo discorso che Papa Leone XIV ha rivolto ai giornalisti – un intervento che tocca da vicino la mia stessa vocazione e che merita tutta la nostra attenzione per il messaggio profondo e urgente che porta con sé.

Viviamo in un tempo in cui l’informazione ha perso il suo orientamento alla verità, al bene comune, alla giustizia. Sempre più spesso, infatti, assistiamo a un giornalismo piegato a logiche di potere, ad appartenenze ideologiche e narrazioni faziose. Il linguaggio stesso si è fatto arrogante e violento, volgare, privo di quella carità che dovrebbe animare ogni parola rivolta al prossimo. Ecco che in questo contesto così disordinato, Papa Leone XIV ha scelto di indirizzare il suo primo discorso pubblico proprio ai rappresentanti del mondo dei media, ricevuti in udienza il 12 maggio nell’Aula Paolo VI.

Un discorso che si apre con una citazione fulminante di Sant’Agostino, padre dell’ordine agostiniano cui lo stesso Papa appartiene: “Viviamo bene e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi.”  Viviamo bene non quando ci adeguiamo al mondo, ci ricorda il Papa, ma quando aderiamo al desiderio di Dio. Il bene, il vero, il bello: questi sono i riferimenti di un’esistenza ordinata, e solo da una vita buona può nascere un tempo buono.

Papa Leone XIV ci invita quindi con forza a uscire dal modello comunicativo aggressivo, competitivo, votato al consenso facile. Questo richiamo è al cuore dell’etica cristiana della comunicazione, che ci spinge a mettere la parola al servizio del bene, rifiutando la guerra mediatica e ogni forma di violenza verbale. “Una comunicazione diversa,” ha affermato, “non cerca l’applauso, non usa parole violente, non si veste di ideologie. Cerca invece con amore la verità e la bontà.” Parole chiare e limpide: un richiamo diretto a tutti coloro che operano nel campo dell’informazione, anche a quelli che, come tanti su certi social, fanno cose buone e vere, ma cadono talvolta nella trappola dell’autocelebrazione, della competizione. “Io l’ho detto per primo, io ho capito meglio”… un tale atteggiamento è tossico e deve sparire, soprattutto in casa cattolica.

Ancora più forte il passaggio in cui il Papa denuncia la guerra delle parole e delle immagini: una vera e propria guerra mediatica fatta di violenza verbale, immagini volgari e aggressività gratuita. E dice chiaramente: dobbiamo dire no a questo paradigma di guerra. L’informazione deve essere al servizio del bene, della bellezza e della verità: quando diventa un mezzo per scatenare odio e divisione, non è più degna di questo nome.

Ma non si ferma qui il Santo Padre. In un passaggio toccante, esprime la solidarietà della Chiesa ai giornalisti incarcerati per aver raccontato la verità: “Chiedo la liberazione di questi testimoni,” ha detto. Testimoni veri, quelli che raccontano la guerra anche a costo della vita, che sfidano i poteri forti e pagano con la prigione, o peggio. Pensiamo alla striscia di Gaza, all’Ucraina, a tutti quei fronti dove la verità fa paura: è allora doveroso, come cristiani, sostenere chi rischia la vita per tenere accesa la luce dell’informazione vera, quella che consente ai popoli di essere davvero liberi, perché solo i popoli informati possono fare scelte libere.

Ecco che Papa Leone ci esorta, in tutto questo scenario, a non cedere alla mediocrità, a non rifugiarci nella neutralità o nella superficialità: un vero e proprio metodo da applicare a tutta la nostra vita, non solo alla comunicazione.

Così come la Chiesa deve affrontare la sfida del tempo, anche l’informazione deve farlo: non può esistere un giornalismo fuori dal tempo, fuori dalla storia. È solo restando immersi nella realtà, affrontandone la complessità con onestà e coraggio, che possiamo costruire una comunicazione che serva davvero il bene. Ed è qui che arriva l’appello più potente: disarmiamo le parole, e contribuiremo a disarmare la terra – una comunicazione disarmata e disarmante, capace di ascolto, di raccogliere anche la voce dei deboli. Non serve una comunicazione muscolare, serve uno stile diverso: parole giuste, parole gentili, parole vere. Una cultura del dialogo – quello vero – non dello scontro.

Papa Leone chiude il suo discorso con un’esortazione chiara: scegliere con consapevolezza e coraggio la strada della comunicazione di pace. Ma attenzione: non si tratta di una comunicazione “pacifista” nel senso ideologico del termine. Si tratta di una comunicazione fondata sulla verità, sul bene, su ciò che è buono e giusto. È questa la vera via della pace, come diceva San Pio Xla tranquillità nell’ordine, ordine che nasce dal ritorno a Dio, dal ritorno alla verità. Solo quando il mondo sarà riordinato a Dio, allora avremo la pace, una pace duratura, autentica.

E allora, cari amici, il messaggio è chiaro: siamo chiamati a fare la nostra parte, anche con la parola che usiamo ogni giorno, affinché l’etica cristiana della comunicazione non resti una pia intenzione ma diventi una realtà concreta e viva nelle nostre comunità. Siate gentili. Siate buoni. Siate testimoni della verità. Perché un’informazione gentile, vera e buona, può aiutare a costruire un mondo migliore, può creare ambienti nuovi, può restaurare la bellezza e l’armonia dove oggi regna solo il caos. E questo è il compito più alto che possiamo assumere, soprattutto se vogliamo fare un’informazione veramente cristiana.