Laudetur Iesus Christus, cari amici.
In questo inizio di mese di marzo dedicato a San Giuseppe siamo chiamati a riflettere su una domanda che molti oggi non osano nemmeno porsi: siamo davvero sicuri che ciò che appare intoccabile, definitivo, inamovibile, non possa essere un giorno scalzato e restituito alla sua verità originaria? Viviamo in un tempo in cui il mondo si illude che nulla possa cambiare, che le strutture culturali imposte negli ultimi decenni siano destinate a rimanere immutabili. Ma la storia della salvezza ci insegna esattamente il contrario.
Tra queste strutture apparentemente eterne c’è anche la lingua inglese, divenuta lingua universale, strumento di potere, veicolo di un modello culturale che nulla ha a che fare con la civiltà cristiana. La sua diffusione non è stata naturale, ma imposta: un processo che ricorda la torre di Babele, un tentativo di unificare il mondo senza Dio e contro Dio. Eppure, prima dell’inglese, altre lingue avevano svolto un ruolo unificante: il greco, il latino, il francese della diplomazia. Nulla è eterno quando non poggia sulla verità.
E qui, cari amici, vale la pena ricordare una riflessione molto interessante. Come ha osservato Vittorio Feltri nel suo recente libro Il latino lingua immortale, esistono innumerevoli parole ed espressioni che fanno parte del nostro linguaggio quotidiano e che spesso, erroneamente, consideriamo una recentissima acquisizione dall’inglese. Quando ci sediamo davanti a un monitor, magari per seguire le lezioni di un tutor o per aggiornarci sull’andamento dell’ultimo summit internazionale attraverso i mass‑media, ci sentiamo moderni, all’avanguardia, fieri della nostra dimestichezza con il mondo anglosassone. Eppure dimentichiamo che tanta di questa “modernità” la dobbiamo proprio al latino che parlavano i nostri avi. È un paradosso che rivela quanto la nostra identità sia stata oscurata, non superata.
Il latino, infatti, non è una lingua come le altre: è la lingua in cui affondano le nostre radici, la lingua dell’Impero che si convertì, la lingua dei Padri, dei Concili, dei santi. È la lingua che la Chiesa ha assunto come propria, trasformandola in un respiro universale che ha unito popoli, culture e continenti. Per secoli, nessun sacerdote, religioso o uomo di cultura avrebbe potuto immaginare una Chiesa senza latino. In qualunque angolo del mondo, la Messa era la stessa, la lingua era la stessa, la fede era la stessa.
Oggi, invece, assistiamo a una frammentazione liturgica e culturale senza precedenti. Ogni comunità inventa, modifica, personalizza. Ogni rito rischia di diventare spettacolo. Ogni lingua diventa un pretesto per introdurre varianti, creatività, improvvisazioni. Si perde il senso del sacro, si perde l’unità, si perde l’identità. E mentre tutto si frantuma, l’inglese si impone come strumento di uniformazione globale, espressione di poteri che non vengono dall’Alto, ma dal basso.
Ma il futuro, cari amici, non appartiene a questa uniformità artificiale. Il futuro appartiene al trionfo del Cuore Immacolato di Maria. E quando la Chiesa tornerà a essere faro del mondo, quando la civiltà cristiana sarà restaurata, anche la lingua tornerà al suo posto naturale. Il latino, lingua sacra e simbolica, tornerà a risplendere come lingua unificante della Chiesa e, attraverso la Chiesa, della nuova cristianità che nascerà.
Non sarà un ritorno archeologico, ma un ritorno vitale: la lingua che ha custodito la fede per duemila anni tornerà a essere il respiro della liturgia, della dottrina, della preghiera. Una lingua che non divide, ma unisce; che non impone, ma eleva; che non nasce dal potere, ma dalla Tradizione.
Il mondo moderno crede che nulla possa cambiare. Ma tutto cambierà. E ciò che oggi sembra dominante sarà scalzato, come fu scalzata la corona inglese quando tradì Cristo. I regni che non servono Dio cadono; quelli che Lo servono risorgono.
Il latino sarà la lingua del futuro perché è la lingua della Chiesa, e la Chiesa è destinata a guidare il mondo rinnovato dal trionfo di Maria.
