Laudetur Iesus Christus.
Sono stato felice di poter leggere un articolo molto interessante, uscito negli ultimi giorni, scritto dal professor Matteo D’Amico sulla figura di Giosuè Carducci, sommo poeta italiano, massone di primo livello e tuttavia convertito nell’ultimo istante della sua vita, salvato dall’intercessione potentissima della Vergine Maria alla quale egli rimase legato fin dall’infanzia grazie alla formazione ricevuta nelle scuole cattoliche dei Fratelli delle Scuole Cristiane e, soprattutto, grazie all’azione straordinaria della sua mamma, la quale lasciò un’impronta profonda nella sua mente, nella sua memoria, nella sua anima, e che fu alla fine quella che trionfò per l’intercessione della Madonna.
Sono rimasto straordinariamente colpito dalla lettura delle vicende legate alla sua conversione in articulo mortis per due ragioni fondamentali. La prima è la grandezza indiscutibile del poeta: si possono criticare le sue scelte, i suoi indirizzi anticristiani, ma non si può negare che egli ebbe il dono di evocare, con potenza unica, tutta la bellezza e la maestosità dello spirito italiano, quello spirito che animava una società ancora cristiana, capace di sentimenti di bellezza, di lealtà e di devozione che tutti ricordiamo. Basti pensare alla poesia di San Martino, la nebbia agli irti colli piovigginando sale, o ai cipressi che a Bolgheri alti e schietti, versi che hanno accompagnato la nostra formazione e si sono impressi nella nostra anima.
La seconda ragione è personale: riguarda i ricordi della mia famiglia materna. Mio nonno, Augusto Natali Albicini, trascorreva l’estate nel palazzo Albicini di Forlì, appartenente alla famiglia della madre, i marchesi Albicini-Mazzolani, dove Carducci soggiornava regolarmente durante l’estate. Mio nonno, bambino, incontrò più volte il poeta, e noi conserviamo ancora uno scritto autografo di Carducci dedicato a lui, al piccolo Augusto. Sono ricordi che hanno attraversato la mia infanzia attraverso i racconti di mio nonno, ricordi di un mondo romagnolo generoso, sanguigno, capace di grandezze e contraddizioni: cristiani fedeli allo Stato Pontificio e, insieme, massoni, repubblicani, futuri comunisti. Una terra complessa, che Carducci seppe esprimere mirabilmente.
In questo quadro si inserisce l’episodio, bellissimo e decisivo, degli ultimi giorni del poeta. Come ricorda il professor D’Amico, Carducci — figlio di un carbonaro, massone del Grande Oriente d’Italia, fondatore della loggia Felsinea, poi membro della loggia Propaganda di Roma, dove raggiunse il trentatreesimo grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato — ricevette da fanciullo una formazione cattolica profonda, grazie alla madre e a un sacerdote scolopio. E, secondo la testimonianza di San Luigi Orione, si salvò perché ricevette i sacramenti prima di morire, grazie a un sacerdote travestito da barbiere che riuscì a eludere la guardia massonica posta alla sua porta.
La sua morte da convertito è, a buon diritto, una vittoria della Santissima Vergine Maria. Carducci stesso ripeteva spesso: “Spero che Dio mi userà misericordia, perché non ho mai detto male della Madonna.” E aveva confidato alla moglie il desiderio di essere sepolto con una medaglia della Madonna sul petto. Desiderio esaudito: perché la Madonna mantiene sempre le sue promesse.
Che questo episodio, cari amici, sia per noi sprone a una devozione sempre più grande verso la Santissima Vergine Maria, patrona della buona morte insieme a San Giuseppe. Perché anche un solo fiore offerto alla Madonna, come ricorda Sant’Alfonso nelle Glorie di Maria, può ottenere grazie che non immaginiamo, e può diventare, nell’ultimo istante, motivo di salvezza.
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