In un tempo in cui molte iniziative non profit nascono con entusiasmo ma si perdono nell’improvvisazione, il Trust si presenta come una forma giuridica per la gestione per progetti educativi e formativi capace di unire solidità legale, responsabilità morale e ispirazione cristiana.
Custodire, non possedere: una visione cristiana della responsabilità
Il Trust non è una struttura assembleare, né una proprietà condivisa. È un atto di affidamento: qualcuno (il disponente) affida un bene o un progetto a un soggetto (il trustee), perché lo custodisca e lo amministri secondo uno scopo preciso, a beneficio di terzi (i beneficiari). Non si tratta di possesso, ma di custodia ordinata; non di potere, ma di servizio fedele.
Questa logica è profondamente cristiana. Nella Scrittura, Dio affida all’uomo il giardino da custodire e coltivare (Genesi 2:15), e chiede agli amministratori di essere trovati fedeli (1 Corinzi 4:2). I talenti non sono da seppellire né da disperdere, ma da far fruttare con responsabilità (Matteo 25:14–30). La fiducia, nel linguaggio biblico, è sempre legata alla fedeltà: chi riceve un bene deve custodirlo con ordine, discernimento e coerenza.
Il Trust come forma educativa: ordine, ruoli e continuità
Il Trust rispecchia questa visione: tutela il bene, lo protegge da derive assembleari, e lo amministra con ordine, secondo un organigramma chiaro, dove ogni ruolo è definito e ogni responsabilità è tracciabile. È ciò che la Fondazione Audentes, che tecnicamente è un Trust, ha scelto per incarnare la propria missione: custodire la persona, servire il bene, educare nella verità.
Come nella Regola benedettina, dove ogni fratello ha un compito e ogni compito è ordinato al bene comune, anche nel Trust ogni funzione è distinta ma armonica. Non c’è confusione, ma gerarchia vissuta come servizio. Non c’è assemblearismo, ma discernimento e fedeltà.
Il disponente è il fondatore del progetto, colui che lo concepisce ed esprime l’identità e gli scopi che dovranno essere perseguiti dal Trust stesso.
Il trustee è l’amministratore — anche in forma collegiale, se previsto — incaricato di gestire il progetto non secondo il proprio umore o interesse personale, ma in base agli obblighi giuridici e morali previsti a statuto che lo vincolano a custodire fedelmente lo scopo del Trust.
A sua volta, la figura del protector — o guardiano — ha il mandato di vegliare sull’operato del trustee, garantendo, attraverso una supervisione attiva, che ogni azione sia conforme agli scopi e alle previsioni statutarie definite dal disponente. È il principio del buon pater familias: non esercita controllo per dominare, ma per custodire con sapienza ciò che gli è stato affidato, come chi sa di dover rendere conto non agli uomini, ma a Dio.
Infine, il beneficiario è il destinatario del progetto e del bene custodito. Nel caso di un Trust dedicato a un progetto educativo quale può essere una scuola parentale, il beneficiario è il genitore in quanto fruitore dell’attività, ma anche — e soprattutto — il figlio, che riceve formazione, istruzione e tutela attraverso una struttura pensata per servire il suo bene nel tempo. Il genitore non è solo beneficiario, ma anche co-disponente: condivide e promuove gli scopi e le finalità del Trust, attraverso il proprio contributo economico, l’impegno educativo o la partecipazione responsabile, consapevole di aderire a una visione formativa che riconosce un ordine, una regola e una missione superiore al semplice consenso.
In Italia, il Trust è pienamente riconosciuto e compatibile con il nostro ordinamento, grazie alla ratifica della Convenzione dell’Aja e alla giurisprudenza consolidata. Per un’iniziativa educativa, il Trust si rivela essere la forma più idonea: consente di custodire la visione originaria, tutelare i beneficiari, permettere una gestione organica e al tempo stesso flessibile, e garantire continuità nel tempo, senza dipendere da dinamiche assembleari o da cambi di leadership.
Continuità oltre le persone
Il cambio di leadership può stravolgere scopi, identità e direzione di un progetto educativo. Nel variegato mondo dell’associazionismo, forma ampiamente adottata per la gestione di iniziative educative e sociali, tutto ruota attorno alle persone e alle loro visioni, rendendo il progetto vulnerabile alle ambizioni individuali e alle mode del momento. Al contrario, Il Trust, nella forma specifica della foundation trust — assimilabile per finalità e funzione alla fondazione — garantisce che l’idea fondante resti salda nel tempo, svincolata da oscillazioni personali e tendenze.
Il trustee non è il padrone del progetto, ma il suo servitore: agisce secondo regole precise e non può deviare dalla missione originaria per convenienza, ambizione o vanità. Su di esso ricade la responsabilità della buona gestione.
Credere che le forme associative comunemente utilizzate quali aps, gruppi informali o associazioni culturali non riconosciute garantiscano democrazia reale è una pia illusione. C’è sempre chi comanda, solo che lo fa senza darlo a vedere: attraverso carisma, controllo delle risorse, gestione delle relazioni. Il potere si mimetizza, ma resta nelle mani di pochi!
Anche qualora funzionasse, la gestione comunitaria porta con sé un paradosso strutturale: o si impone la maggioranza, escludendo inevitabilmente le voci dissenzienti, oppure si paralizza ogni decisione nel tentativo utopico di raggiungere l’unanimità. Il risultato è sempre lo stesso: o dominio mascherato, o stallo permanente. Per questo la Chiesa Cattolica stessa non è democratica, ma gerarchica.
Affidereste la formazione di vostro figlio a una struttura dove chiunque può decidere, dove le regole cambiano con gli umori e dove la visione educativa può essere stravolta da chi alza la voce più forte?
Al contrario, un Trust tutela e assicura la continuità e la missione del progetto nel tempo, al di là di chi lo gestisce, proteggendolo da derive personali e garantendo che lo scopo originario resti saldo, ordinato e fedele.
Non desiderare la roba d’altri
Nella mia quarantennale attività di consulente, innumerevoli sono stati — e sono tuttora — i casi in cui i fondatori e gli amministratori di un’associazione, ovvero coloro che incarnano il progetto con la loro visione e gli hanno dato vita con le proprie idee, il proprio tempo e il sudore della propria fronte, vengono esautorati tramite manovre e motivazioni il più delle volte legate ad ambizioni personali.
Questo accade perché, nelle strutture associative, il potere è spesso legato alle dinamiche interne e alla forza delle relazioni, più che alla tutela del progetto stesso. Quando manca un vincolo stabile e superiore, anche le iniziative nate con le migliori intenzioni rischiano di essere travolte da logiche di conquista, sostituzione o controllo.
Il Trust offre una risposta concreta a questo problema. Il decimo comandamento non è solo un precetto morale, ma un principio di giustizia e ordine comunitario. Nel Trust, questo si traduce in una struttura che protegge il progetto da appropriazioni indebite: il disponente si spossessa volontariamente dell’idea e del progetto originari, anche qualora resti coinvolto come trustee, e lo affida a una regola superiore che lo vincola a custodirli senza poterne disporre a piacimento.
In questo modo, il progetto resta al riparo da logiche di potere e da tentativi di conquista mascherati da partecipazione. Perché custodire non è comandare, e servire un bene comune richiede umiltà, non pretese.
Il profilo del trustee: competenza, fedeltà, discernimento
La figura del trustee è centrale. È colui che appunto riceve la responsabilità di custodire e amministrare secondo lo scopo stabilito. E questo richiede competenza, discernimento e fedeltà.
In un progetto educativo collettivo come può essere una scuola parentale, dove si ha a che fare con la formazione dei minori, la gestione non può essere improvvisata né affidata a chi non possiede strumenti culturali, giuridici o attitudinali. È il principio espresso nella parabola dei talenti: i doni vanno riconosciuti, non pretesi né invidiati. A ciascuno è affidato secondo le sue capacità, e chi riceve deve farli fruttare, non sotterrarli.
Il trustee, così come il protector, deve essere capace di comprendere il bene affidato, di proteggerlo da pressioni esterne, e di garantirne la continuità. Non è questione di merito soggettivo, ma di idoneità oggettiva: il trustee serve con competenza, non per primeggiare. Non è il padrone, ma un custode ordinato, come insegna la Regola benedettina: ogni ruolo ha la sua dignità, ma anche il suo limite.
L’educazione, del resto, non è un campo assembleare: non si educa per alzata di mano, né si può delegare la responsabilità a chi non ha mai affrontato seriamente il compito di formare, costruire, tutelare. Affidare la gestione di un progetto di istruzione a chi, pur mosso da buona volontà, non ha mai aperto un libro, o pretende di guidare per impulso o per esigenza di controllo, non è solo un errore: è una violazione della responsabilità educativa. Perché con l’educazione dei ragazzi non si scherza, e il loro bene va custodito, non conteso.
Autorità e partecipazione: il bene comune ad immagine della famiglia
In molte realtà associative, anche di ispirazione cattolica, si è diffusa negli ultimi anni una visione che tende a diluire il concetto di autorità, sostituendolo con forme di autodeterminazione collettiva dove ogni ruolo decisionale è appiattito. Ma questa impostazione, pur animata da buone intenzioni, non corrisponde alla visione cristiana della comunità.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica è chiaro: “Ogni comunità umana ha bisogno di un’autorità che la regga” (n. 1898), e questa autorità “trova il proprio fondamento nella natura umana”, perché è necessaria “all’unità della comunità civica” e al perseguimento del bene comune. Non tutti abbiamo gli stessi talenti, e proprio per questo siamo chiamati a riconoscere un ordine e una gerarchia di ruoli, dove ciascuno partecipa “secondo il posto che occupa e il ruolo che ricopre” (n. 1913), in modo volontario e generoso.
La Audentes Foundation Trust, che ho contribuito a strutturare in prima persona e che gestisce l’opera educativa di istruzione parentale Schola Sancti Michaeli, riflette pienamente questa visione: mette al centro la persona, ma non in modo individualista. La persona è il “principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali” (Catechismo n. 1881), e proprio per questo va tutelata attraverso regole, ruoli e strutture che ne garantiscano la dignità e la crescita. Il Trust, con il suo organigramma ordinato e la sua logica di custodia, è lo strumento che meglio incarna questa visione: non annulla la partecipazione, ma la ordina, la responsabilizza, e la orienta al bene comune.
Contestare il concetto di autorità, rifiutando la necessità di ruoli diversi — pur tutti fondati sulla stessa dignità — per rivendicare un presunto “diritto di controllo” su un progetto educativo, non significa fare il bene dei ragazzi. Significa, piuttosto, anteporre la propria gratificazione personale di adulto, confondendo la partecipazione con il potere.
Ma l’educazione non è il luogo dell’ego, né della rivendicazione: è il luogo della custodia, del servizio e della responsabilità. E il bene superiore dei ragazzi richiede che gli adulti sappiano anche fare un passo indietro e accettare che non tutti i ruoli sono intercambiabili, anche se tutti sono orientati al bene comune.
Il Trust, in questo senso, non esclude la partecipazione: la ordina, la protegge, e la libera dalla tentazione dell’improvvisazione. Esattamente come avviene nella famiglia, dove i ruoli sono diversi ma tutti sono partecipi e importanti allo stesso modo! Dove c’è confusione di ruoli, c’è dispersione di responsabilità. E dove manca l’autorità, manca anche la tutela.
Il Trust di scopo non profit: struttura e accompagnamento
Nell’ambito delle iniziative educative e di istruzione, il Trust di scopo non profit è quindi uno strumento giuridico e organizzativo altamente idoneo, che consente di vincolare un progetto pedagogico-didattico con i suoi beni e le sue risorse al fine preciso di realizzare il progetto stesso, senza che vi sia un proprietario in senso classico. È particolarmente adatto per le iniziative educative, culturali o sociali che richiedono continuità, protezione e ordine, evitando gestioni instabili o frammentate.
Nel Trust, il bene non è gestito da una collettività indistinta, ma da un organigramma definito, dove il trustee ha il compito di amministrare secondo lo scopo stabilito, sotto vincolo fiduciario e con obbligo di rendicontazione.
Il Centro Studi Audentes, di cui io stesso sono parte, accompagna associazioni, famiglie e privati nella definizione e costituzione di Trust di scopo non profit, offrendo consulenza giuridica e progettuale per garantire che ogni iniziativa sia strutturata, tutelata e conforme sia alla normativa italiana che ai principi cristiani di custodia, fedeltà e servizio. È una scelta per chi desidera costruire nel tempo, proteggere nel diritto e servire nella verità.
