Di fronte al disastro di un sistema educativo pubblico che sembra allontanarsi sempre più dalle esigenze autentiche dei giovani si possono formulare varie diagnosi e individuare una serie di ragioni. Credo si debba evitare, però, di limitarsi a focalizzare le attenzioni sul presente. Se il mondo scolastico è in larga misura al servizio di visioni ideologiche (dal terzomondismo all’ambientalismo, dalla tecnocrazia al genderismo, e via dicendo), le ragioni sono profonde.
In un recente libretto, scritto insieme ai colleghi Andrea Atzeni e Marco Bassani (A scuola di declino, edito da Liberilibri), ho indagato quanto sia dominata da cascami culturali di matrice latamente marxista la manualistica scolastica. Anche autori che non si definirebbero mai marxisti di fatto continuano a ripetere una serie di tesi assorbite nei decenni passati, caratterizzati da una sorta di egemonia gramsciana sulla cultura.
Marx detestava la natura, ma l’ecologismo odierno è ancora in qualche modo “marxista” perché dal Capitale ha derivato l’odio per la libertà individuale, per il mercato, per la proprietà. Con altri mezzi, gli ambientalisti combattono la medesima battaglia dei socialisti della Prima internazionale. Ancor prima del trionfo culturale del marxismo, però, c’è qualcosa di assai specifico che ha posto le basi per la disfatta del presente.
All’indomani dell’unificazione italiana, in effetti, la classe dirigente si riproponeva di annullare il ruolo sociale e culturale della Chiesa e, oltre a ciò, di superare ogni differenza tra le diverse aree della penisola. Per realizzare questi obiettivi il ceto dirigente puntò sul controllo monopolistico dell’insegnamento. E basta leggere alcune tra le figure fondamentali della cultura “liberale” del tempo per comprendere come quel disegno fosse perseguito in maniera consapevole.
Grande critico letterario e anche ministro dell’istruzione del Regno d’Italia, Francesco de Sanctis non parla a vanvera quando nel 1874, in Parlamento, afferma che la missione dello Stato «è veramente di essere il capo, la guida, l’indirizzo dell’educazione e dell’intelligenza del Paese».
Una versione ancora più raffinata di questa visione filosofica si ha in uno dei massimi pensatori del tempo, Bertrando Spaventa. Anche se si dichiarava liberale e a favore della libertà scolastica, Spaventa riteneva che in quel tempo fosse necessario un rigido monopolio statale sulle scuole al fine di contrastare il mondo cattolico e in particolare i gesuiti. Queste sono le sue parole: “considerando la questione in modo assoluto, noi vogliamo la libertà di insegnamento; ma giudichiamo che per essere attuata essa abbisogni di alcune condizioni generali, richieste dallo stesso principio di uguaglianza e di libertà, le quali ora non si trovano nel nostro paese.” Le condizioni di una società libera e di un ordine educativo plurale sarebbero mancate, nell’Italia di metà Ottocento, in ragione della forte influenza della Chiesa sulla mente e sui cuore della popolazione.
Dogmatismo e autoritarismo vengono da lì: da un’aristocrazia sociale che disprezza il popolo e pensa di usare le aule per operare un autentico lavaggio del cervello. Il sistema educativo dell’Italia post-risorgimentale non esaltava Greta Thunberg ma Muzio Scevola, non celebrava la resistenza degli indigeni dell’Amazzonia ma semmai il coraggio di Ettore Fieramosca. I punti di contatti, però, sono più rilevanti delle differenze.
Quelli che sono mutati, allora, sono essenzialmente gli “idola”, ma non la visione generale del rapporto tra istituzioni e società, tra scuola e famiglie. Sul piano dei contenuti si potrebbe evidenziare come l’idealismo degli hegeliani alla Spaventa abbia generato il marxismo di Antonio Labriola, e in larga misura il neo-idealismo di Giovanni Gentile; e poi si potrebbe sottolineare come Antonio Gramsci sia tutto entro queste logiche, tanto più che esplicitamente ritiene che il controllo dei luoghi in cui si produce cultura sia la condizione necessaria all’avvento palingenetico di una società socialista.
Ben più cruciale, però, è cogliere come la statizzazione dell’infanzia e della cultura sia il prodotto della presunzione di chi non soltanto detesta la realtà, ma vuole cambiarla a proprio modo e con qualunque mezzo.
Possiamo anche sorridere delle “madrasse” di universi religiosi da noi lontani, ma soltanto se siamo in grado di riconoscere come la realtà in cui viviamo non sia poi così diversa e se proviamo a risalire alle radici di tutto questo.
