Laudetur Iesus Christus.
Vorrei portare alla vostra attenzione uno di quei cambiamenti epocali che avanzano silenziosi ma rapidi, e che stanno penetrando soprattutto nella mentalità dei giovani, ma anche di persone mature, quasi come un nuovo modo di pensare che si impone senza essere discusso. Si tratta dell’idea che il lavoro possa essere eliminato, sostituito da un sistema fondato da un lato sulle speculazioni finanziarie, sulle criptovalute, sui guadagni immediati e senza fatica, e dall’altro su un apparato permanente di ammortizzatori sociali che mantengono masse crescenti di persone abituate a vivere senza produrre nulla.
È un modello che piace perché promette denaro senza sforzo, come mostrano anche i dati della Bank for International Settlements, che segnala come oltre il 75% degli investitori retail in criptovalute perda denaro pur inseguendo l’illusione del guadagno facile.
Eppure, dietro questa promessa seducente, si delinea un progetto inquietante: una società divisa tra una piccola élite sempre più ricca, capace di sfruttare ogni leva tecnologica e finanziaria per perpetuare il proprio status, e una massa sterminata di persone ridotte a dipendere da un reddito minimo permanente, senza identità, senza radici, senza più la dignità che nasce dal proprio lavoro. Una società di diritti senza doveri, di pretese senza responsabilità, di individui che vivono come pensionati permanenti, mantenuti da un sistema che li vuole docili, passivi, controllabili.
In questo scenario, risuonano con una forza impressionante le parole di San Paolo ai Tessalonicesi: “Chi non vuol lavorare, neppure mangi.” Non è una minaccia, ma un richiamo alla verità dell’uomo: l’essere umano è fatto per operare, per costruire, per consumarsi in un’opera che lo supera. Anche l’apostolato, anche la vita sacerdotale, anche il servizio a Dio sono lavoro, fatica, sacrificio. E allo stesso modo è dignitoso il lavoro materiale, quello che si compie ogni giorno con le mani, con la mente, con il cuore, arrivando a sera stanchi ma vivi, perché si è fatto il proprio dovere.
Il problema non è solo economico: è antropologico, riguarda l’ineluttabile condizione a cui l’uomo si è condannato dai tempi della Genesi, quando Dio ha detto ad Adamo “con il sudore del tuo volto mangerai il pane”. Una società che abitua milioni di persone a non fare nulla, a non produrre nulla, a non assumersi alcun peso, è una società che prepara la distruzione dell’uomo: l’uomo che non lavora si spegne, perde la sua identità, si dissolve in un’esistenza vuota, priva di scopo, priva di dignità. E mentre i figli di questo mondo inseguono la promessa di vivere senza fatica, i figli di Dio sanno che la fatica quotidiana è il mezzo della santificazione, il luogo in cui si compie la volontà del Signore.
Per questo, in mezzo a un mondo che tenta l’ultimo atto disperato di costruire una società infernale, dobbiamo ricordare le cose essenziali: compiere i nostri doveri, farli bene, consumarci nel lavoro che ci è affidato, senza pretendere privilegi, senza cedere alla mentalità del guadagno facile, senza cercare scorciatoie, nemmeno quella di una fede che attende passivamente tutto dall’alto senza impegnare i nostri talenti. E quando avremo fatto tutto, dire con verità: “Siamo servi inutili, abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.
Allora sì, potremo confidare nella promessa del Signore: “Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù”.
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