Le radici metafisiche della libertà

autore: Carlo Lottieri
pubblicato il: 13 Gennaio 2026

Immagine in evidenza: Ercole al bivio, dipinto di Annibale Carracci (1596), raffigurante l’indecisione dell’eroe fra le alternative della virtù e del vizio.

Le radici teologiche della libertà occidentale

econdo Hilaire Belloc, il cardinale Henry Edward Manning era solito sostenere che “tutti i conflitti umani sono in ultima analisi teologici”. Con questa formula egli voleva evidenziare un dato cruciale e cioè che le controversie sociali e culturali non poggiano soltanto su contrapposizioni materiali, ma provengono soprattutto da distinte visioni morali e religiose dell’uomo e della società.

Vale lo stesso per il diritto e in particolare per la persona e la sua libertà, dato che – a dispetto delle strutture formali e della stessa deriva tecnicistica contemporanea – ogni ordinamento giuridico rinvia a una metafisica: a concezioni del bene e del male, ad antropologie, a culture.

In questo senso, ad esempio, è interessante richiamare l’attenzione su quanto è avvenuto a New York al momento della proclamazione a sindaco di Zohran Mamdani, che durante il giuramento ha poggiato la mano (in quanto musulmano) non sulla Bibbia, ma sul Corano. La questione ha sollevato polemiche e in genere l’attenzione s’è concentrata sul fatto che, diversamente dalla Bibbia, il testo sacro degli islamici non appartiene alla tradizione americana. Questo è senza dubbio vero, ma c’è ben altro.

La metafisica su cui poggia la confessione musulmana deve legittimamente allarmare i cittadini americani e in generale l’Occidente. Islam significa “sottomissione” e questo già dice molto sull’assenza, in quella esperienza religiosa, di una relazione personale: quel rapporto che invece, per i cristiani, si colloca innanzi tutto in Dio (la relazione trinitaria) e da lì nel rapporto tra il creatore e le sue creature. L’idea di un patto tra Dio e l’umanità, centrale nella Bibbia, ha ben poco a che fare con la dimensione verticale che caratterizza il rapporto tra il divino e l’umano nella religione musulmana, e di conseguenza anche le relazioni civili entro le società islamiche.

Nel celebre discorso di Ratisbona papa Benedetto XVI evocò l’Islam e al tempo stesso certe correnti del cristianesimo per denunciare i pericoli derivanti da una concezione di Dio assolutamente volontaristica, che sganciava Dio da ogni vincolo con la ragione. La tesi di Ratzinger è che se Dio non mantiene più alcun rapporto con il Logos, anche la violenza religiosa finisce per essere giustificabile. Separare fede e ragione, come ha fatto la confessione islamica, apre insomma all’oblio del prossimo e della sua dignità.

Fede, ragione e dignità: l’eredità biblica e cristiana

D’altra parte, una certa idea occidentale di persona, legata all’idea che nessuno possa violare il prossimo, non viene dal nulla. Al contrario, essa è il portato di una storia ben precisa, dietro la quale c’è l’esperienza del popolo ebraico, prima, e la vicenda delle comunità cristiane, poi. Non è un caso che, almeno da Brian Tierney in poi, sia ormai accettata l’idea che la nozione stessa di “diritti soggettivi” provenga dall’elaborazione del diritto canonico, in età medievale.

Davvero è da ritenersi casuale che le nostre libertà storiche – la tutela della proprietà, il pluralismo religioso, la facoltà d’intraprendere e commerciare – siano fiorite in terre e epoche che hanno visto l’affermazione del cristianesimo? Anche i non credenti devono riconoscere, solo per fare un esempio, come la lunga battaglia contro la schiavitù sia stata in larga misura animata dall’idea che ogni uomo è figlio di Dio e quindi in tal senso fratello di ogni altro essere umano.

C’è allora una sorta di paradosso: l’Occidente è libero e pluralistico, lasciando a ognuno di praticare la fede che vuole o anche nessuna, finché in un modo o nell’altro riconosce le proprie radici cristiane; se questo porta però all’imporsi di visioni illiberali e in sostanza nichiliste, che non si collocano più ai margini ma finiscono per caratterizzare la società nel suo insieme, con il declino della dignità umana si ha, fatalmente, anche il dissolversi della libertà.

Il declino della metafisica e la crisi della libertà

L’abbandono della prospettiva metafisica che ha accompagnato la storia occidentale per secoli, allora, è all’origine del restringersi delle libertà degli individui e delle comunità: il fatto che sempre meno ci si ponga scrupoli di fronte all’idea di usare il prossimo, governarlo, gestirlo, plasmarlo a proprio piacere.

Uno dei filosofi più eminenti di secondo Novecento, Emmanuel Lévinas, nelle sue riflessioni ha legato strettamente l’avvento dei totalitarismi e l’inabissarsi di quell’umanesimo (la metafisica dell’altro) che ci portava a riconoscere il prossimo come una realtà che ci trascende e come l’epifania stessa della Trascendenza. Sconvolto sul piano personale dall’adesione al nazismo di Martin Heidegger, per decenni Lévinas ha provato a chiedersi in che modo sia stato possibile per questo formidabile interprete della filosofia europea ignorare l’altro e negare ogni imperativo etico. Larga parte della ricerca di Lévinas è proprio indirizzata a indagare quella torsione della cultura europea che ha portato all’avvento di metafisiche nemiche dell’umanità: dall’hegelismo al marxismo, all’ontologia heideggeriana.

Anche se non è uno studioso di diritto o filosofia politica, Lévinas (di religione ebraica e commentatore del Talmud) avverte come la violenza politica affondi nell’immanentismo, e la fine delle libertà in un’anti-metafisica che assolutizza l’essere di ciò che è presente, qui e ora, e non vuole neppure immaginare la possibilità di un’assolutamente altro.

Non so se Carl Schmitt avesse presente la formula di Manning, ma la sua riflessione sulla politica sembra muovere proprio da quella considerazione. L’avvento della sovranità politica e il degrado dell’autonomia personale procedono assieme. Nella vicenda della modernità europea questo assalto alla dignità umana è venuto essenzialmente “dall’interno”: da una cultura servile nei riguardi dei sovrani e che s’è incaricata di celebrare il trionfo del potere di Stato.

Oggi la sfida, però, si fa duplice, se è vero che il primo cittadino di New York ha giurato sul libro che, per i musulmani, Dio stesso avrebbe dettato a Maometto, introducendo la relazione tra signore e servo che è al cuore di quella religione. Il Dio dei musulmani non soffre per l’umanità, né la preghiera indirizzata a lui si regge su quella reciprocità che, invece, è al centro della relazione d’amore dei cristiani.

Socialista e islamico, collettivista e nichilista, Mamdani simboleggia – bel al di là della sua figura politica e del suo ruolo istituzionale – il doppio assalto che la nostra tradizionale visione dell’uomo e le nostre libertà devono fronteggiare. In effetti, il secolarismo violento che l’Occidente stesso ha generato al proprio interno, quando ha creato un potere sovrano e istituzioni oppressive (lo Stato moderno), oggi trova un alleato in questa metafisica del dominio che è penetrata a New York e in pure molte città europee grazie all’alleanza tra Islam e progressismo, tra nichilismo e collettivismo.

Libertà e verità: un legame indissolubile

Oggi come ieri, allora, la battaglia per la libertà è anche e in primo luogo un impegno per la verità, anche perché la verità dell’uomo si trova esattamente nella sua libertà: nella sua possibilità di scegliere il bene e il male, il giusto e l’ingiusto.  

Per approfondire

¹ Per un’introduzione al rapporto tra religione e conflitti: https://www.britannica.com/topic/religion-and-conflict

² Sulla metafisica del diritto: https://www.newadvent.org/cathen/09071a.htm

³ Il contesto dei giuramenti pubblici negli USA: https://www.history.com/news/oath-of-office-bible

⁴ Sulle origini dei diritti umani nella prospettiva cristiana: https://www.firstthings.com/article/2012/05/christian-roots-of-liberty

⁵ Introduzione all’immanentismo moderno: https://iep.utm.edu/immanentism/