Trust e Diritto Canonico: quando la tradizione incontra l’innovazione giuridica

autore: Mauro Norton Rosati
pubblicato il: 8 Giugno 2026

Il rapporto tra il patrimonio ecclesiastico e gli strumenti giuridici contemporanei rappresenta oggi uno dei terreni più delicati e, al tempo stesso, più promettenti del dialogo tra tradizione canonica e innovazione normativa. In un contesto in cui gli enti ecclesiastici sono chiamati a rispondere a esigenze sempre più complesse di trasparenza, continuità amministrativa, responsabilità gestionale e tutela dei beni destinati al culto, alla carità e alla missione pastorale, il trust emerge come uno strumento capace di offrire non soltanto soluzioni tecniche, ma anche un nuovo modo di pensare la gestione delle risorse ecclesiali, purché esso sia interpretato e applicato nel pieno rispetto dei principi dell’ordinamento canonico e della vigilanza dell’autorità ecclesiastica competente. Ho recentemente esplorato questo tema nel mio volume Trust e diritto canonico, pubblicato da In Riga Edizioni.

Sebbene il trust non sia espressamente previsto dal Codice di Diritto Canonico, la sua struttura giuridica, fondata sulla segregazione patrimoniale, sulla destinazione vincolata dei beni e sulla responsabilità fiduciaria del trustee, risulta sorprendentemente compatibile con molte esigenze che la Chiesa avverte da tempo, soprattutto quando si tratta di garantire che i beni ecclesiastici rimangano effettivamente destinati ai fini per cui sono stati acquisiti o donati. Non si tratta, dunque, di introdurre un elemento estraneo alla tradizione canonica, bensì di riconoscere che l’ordinamento della Chiesa, nella sua sapienza millenaria, ha sempre saputo dialogare con gli strumenti giuridici dei diversi contesti storici, integrandoli quando essi risultavano utili alla missione e alla tutela del bene comune ecclesiale.

L’interesse non è meramente teorico. In molti ordinamenti di common law anche europei, istituzioni religiose di grande rilievo utilizzano da decenni strutture fiduciarie per assicurare continuità gestionale, protezione del patrimonio e corretta destinazione delle risorse, soprattutto quando si tratta di opere educative, sanitarie o caritative che richiedono una governance stabile e professionalizzata. L’esperienza comparata mostra come il trust possa diventare un modello organizzativo capace di coniugare la responsabilità pastorale con l’efficienza amministrativa, evitando che il patrimonio ecclesiastico venga esposto a rischi di dispersione, conflitti di gestione o improvvisi vuoti di leadership.

La recente vicenda della Casa Sollievo della Sofferenza, con il suo commissariamento e le difficoltà emerse nella gestione di un’opera nata dalla santità e cresciuta fino a diventare una delle realtà sanitarie più significative del Paese, costituisce un esempio emblematico di quanto sia fragile la struttura amministrativa di un ente ecclesiastico quando non dispone di strumenti adeguati a garantire continuità, trasparenza e tutela dei beni. Non si tratta di giudicare, ma di riconoscere che opere di tale complessità richiedono modelli gestionali capaci di resistere ai cambiamenti interni, alle pressioni esterne e alle inevitabili transizioni generazionali. In questo senso, il trust, se correttamente configurato e sottoposto alla vigilanza dell’autorità ecclesiastica, potrebbe rappresentare una risposta concreta alle sfide che emergono quando la dimensione carismatica di un’opera non è più sufficiente a sostenerne la struttura amministrativa.

Il patrimonio ecclesiastico, infatti, non può essere considerato come un semplice insieme di beni da conservare, ma come una risorsa da amministrare responsabilmente affinché possa sostenere le attività pastorali, educative, assistenziali e caritative. La Chiesa infatti non è chiamata a “possedere” nel senso stretto del termine né a difendere un patrimonio statico, ma a custodirlo e farlo vivere in funzione della missione. In questa prospettiva, il trust offre un modello che consente di separare i beni destinati a una specifica finalità dal resto del patrimonio dell’ente, garantendo che essi non vengano assorbiti da esigenze contingenti o da difficoltà amministrative, e assicurando che la volontà del fondatore o del donatore venga rispettata anche nel lungo periodo.

Nel mondo di common law esiste un caso emblematico, ampiamente citato nella dottrina anglosassone, che mostra come un ente ecclesiale possa amministrare il proprio patrimonio attraverso un trust in modo pienamente conforme alla propria missione religiosa. Si tratta della decisione Harries v. Church Commissioners for England (1992), nella quale la High Court inglese ha esaminato l’operato dei Church Commissioners, organo della Church of England incaricato di gestire, in qualità di trustee, un vastissimo patrimonio immobiliare e finanziario destinato al sostentamento del clero, alla manutenzione delle chiese e al supporto delle attività pastorali.

Il caso è particolarmente significativo perché conferma che un trust ecclesiale può perseguire finalità religiose e caritative senza perdere la propria natura fiduciaria, e che i trustee possono adottare criteri di gestione coerenti con l’identità confessionale dell’ente, purché tali criteri non compromettano la solidità economica del fondo. La Corte ha riconosciuto che la Church of England, nel selezionare gli investimenti del trust, poteva legittimamente tener conto di principi etici e religiosi, a condizione che ciò non pregiudicasse la sostenibilità del patrimonio destinato al sostentamento del clero.

Si tratta dunque di un esempio concreto, non teorico, di come un trust possa essere utilizzato da un ente ecclesiale per garantire continuità amministrativa, tutela dei beni e coerenza con la missione religiosa. Il modello fiduciario adottato dai Church Commissioners mostra infatti come la segregazione patrimoniale, la responsabilità dei trustee e la destinazione vincolata dei beni possano convivere con la natura ecclesiale dell’ente, offrendo un precedente prezioso per la riflessione contemporanea sul rapporto tra diritto canonico e strumenti giuridici di derivazione anglosassone.

Tuttavia, l’introduzione del trust nel panorama ecclesiastico italiano richiede una cultura nuova, capace di mettere in dialogo canonisti, civilisti, fiscalisti, professionisti del settore fiduciario e autorità ecclesiastiche. Nessuno di questi attori, da solo, possiede tutte le competenze necessarie per valutare correttamente le opportunità e i rischi di tali strumenti. È necessario un approccio interdisciplinare che permetta di costruire modelli operativi condivisi, capaci di integrare la ricchezza della tradizione canonica con le esigenze normative del mondo contemporaneo, senza mai perdere di vista la finalità ultima dell’amministrazione ecclesiastica: il servizio alla missione della Chiesa.

In un’epoca in cui diocesi, fondazioni religiose, istituti di vita consacrata ed enti ecclesiastici si confrontano con problematiche sempre più complesse in materia di governance, responsabilità amministrativa e conservazione del patrimonio storico e culturale, il trust non ha la pretesa di rappresentare una soluzione miracolosa, ma è uno strumento che può contribuire a rafforzare la stabilità, la trasparenza e la continuità delle opere ecclesiali. La tradizione canonica e l’innovazione giuridica non sono in conflitto: possono, anzi, sostenersi reciprocamente, offrendo alla Chiesa del XXI secolo modelli di gestione più efficaci, più responsabili e più coerenti con la sua missione.

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