Viviamo un tempo di smarrimento, un progressivo imbarbarimento che ci ha fatto perdere il senso delle cose semplici, quelle che un tempo costituivano la struttura della società cristiana e che oggi sembrano dimenticate. È necessario tornare al buon senso, riscoprire ciò che abbiamo lasciato indietro, anche nelle piccole cose che davano calore e significato alla vita quotidiana.
Pensiamo alle candele, alla fotografia tradizionale, al bianco e nero, che, nella loro semplicità, sapevano trasmettere atmosfere uniche e irripetibili. Oggi la luce artificiale e il colore digitale hanno reso le immagini più “reali”, ma hanno tolto loro il fascino, la profondità, la suggestione che solo la carta fotografica e le sfumature del bianco e nero potevano donare. È una perdita che non è soltanto estetica, ma culturale e spirituale.
Lo stesso vale per l’istruzione. Un tempo la scuola insegnava la calligrafia, la bella scrittura, l’arte di impugnare la penna e modulare l’inchiostro. Era un esercizio che formava la mente e la volontà, che insegnava disciplina e attenzione. Oggi tutto questo è scomparso: si battono tasti, ma non si scrive più. La scrittura manuale, con la sua eleganza e la sua pazienza, è stata abbandonata, e con essa la capacità di ordine e concentrazione.
Abbiamo perso anche l’esercizio della memoria. Le poesie imparate a memoria, il catechismo di San Pio X con le sue domande e risposte, erano strumenti che imprimevano verità e valori nell’anima, rendendoli indelebili. Oggi viviamo in un mondo di smemorati, incapaci di custodire ciò che conta: senza memoria non c’è identità, non c’è continuità, non c’è radice.
Un altro esercizio fondamentale era il riassunto. Non solo il tema, che sviluppava un concetto, ma la capacità di sintetizzare, di dire in poche parole l’essenziale. Era un allenamento prezioso, che insegnava a pensare con chiarezza e a comunicare con precisione. Oggi la sintesi è quasi scomparsa: si parla molto, ma si dice poco. Recuperare il riassunto significa recuperare la capacità di discernere ciò che è fondamentale.
Anche il giornalismo un tempo si fondava su questa scuola di rigore. Prima di scrivere, si imparava a correggere bozze, a leggere attentamente, a individuare errori e refusi. Si imparava a costruire titoli capaci di racchiudere il senso di un articolo, di attirare l’attenzione e stimolare la lettura. Era un percorso di formazione che insegnava la responsabilità della parola. Oggi, invece, la fretta e la superficialità hanno preso il sopravvento; dulcis in fundo, l’avvento dell’intelligenza artificiale, che con pochi click dona l’illusione a chiunque di saper scrivere un testo di valore.
Tutte queste pratiche, apparentemente minime, costituivano un impianto culturale e spirituale che oggi non esiste più, soppiantato dal virtuale che appiattisce tutto e deteriora le abilità acquisite. Eppure sono proprio queste piccole cose che dobbiamo riscoprire, perché fanno parte del nostro patrimonio e della nostra crescita: scrivere bene, ricordare, sintetizzare, coltivare la bellezza delle cose semplici sono esercizi che ci aiutano a rimettere ordine nelle nostre vite e a ricostruire un edificio culturale e spirituale ormai in rovina. Solo le scuole parentali mantengono vivo e trasmettono questo patrimonio di gesti, di disciplina e di amore per la conoscenza, come piccole fiaccole di speranza nel buio di una società che ha smarrito il senso delle cose semplici e fondamentali.
Il mondo nuovo nascerà da questa riscoperta. Come dice il Vangelo, il Regno dei Cieli è come uno scrigno da cui si traggono cose vecchie e cose nuove. È tempo di tornare al buon senso, di rivalorizzare ciò che abbiamo perduto, di ricostruire con pazienza e amore un tessuto culturale che dia forza e speranza. Solo così potremo tornare a capire, e a vivere con profondità.
