Ricominciare da carta e penna

autore: Pierluigi Bianchi Cagliesi
pubblicato il: 28 Maggio 2026

Laudetur Iesus Christus.

C’era una volta la penna, quella vera, quella che nasceva da una piuma d’uccello innestata su un pennino immerso nel calamaio. E c’era un tempo in cui la scrittura non era un gesto rapido e impersonale, ma un atto che coinvolgeva la postura, la concentrazione, la cura, quasi un piccolo rito quotidiano che educava alla bellezza e alla precisione. Quel mondo sembra oggi scomparso, inghiottito dalla velocità del digitale e dagli schermi che scorrono senza lasciare traccia, in un modo di comunicare che fagocita tutto e non restituisce più nulla.

Eppure proprio oggi, in un’epoca in cui tutto tende a uniformarsi e a dissolversi, ricominciare da carta e penna diventa un gesto sorprendentemente liberante. Scrivere a mano non è far lavorare insieme la mente, la memoria, il corpo; è modulare la pressione, rallentare per pensare, fermarsi per ascoltare ciò che nasce dentro. È un atto che restituisce profondità al pensiero, che obbliga a scegliere le parole e che riporta ordine dove il digitale crea rumore.

Un diario, anche non quotidiano, può diventare il luogo in cui custodire ciò che conta davvero: un’intuizione, un fatto familiare, un gesto dei figli… un momento che non vogliamo perdere. È un modo per non lasciare che la vita scivoli via senza lasciare traccia. Quante volte, riaprendo i quaderni dei nostri nonni, abbiamo ritrovato un mondo intero: calligrafie ordinate, osservazioni essenziali, ricordi che oggi parlano più di mille immagini. Verba volant, scripta manent: ciò che è scritto rimane, resiste, attraversa il tempo, diventa eredità.

E c’è un’altra ragione, più profonda, per cui vale la pena tornare alla scrittura: perché il mondo digitale tende a cancellare l’anima, a spezzare le connessioni con la nostra storia, ad imporre un eterno presente senza radici. La penna, invece, ci restituisce alla nostra interiorità, ci obbliga a fermarci, a d iscernere, a riconoscere ciò che vale. È un gesto che ci riporta alla realtà, che ci sottrae alla frenesia, che ci riconsegna a noi stessi.

Scrivere significa anche riattivare parti della mente che la digitazione non sfiora nemmeno: lo dicono gli studiosi di grafologia, ma lo conferma l’esperienza di chiunque riprenda in mano una penna dopo anni. All’inizio il tratto è incerto, la mano rigida, la calligrafia irregolare; poi, lentamente, qualcosa si scioglie, la scrittura torna fluida, e con essa torna un modo diverso di pensare, più calmo, più profondo, più vero. È come se un mondo perduto riaffiorasse dal fondo, come la cattedrale inghiottita delle leggende bretoni che ogni tanto riemerge dal mare per ricordare ciò che è stato dimenticato e dalla quale, fra l’agitarsi delle onde, si ode il suono delle campane fatte risuonare dagli angeli che preconizzano il suo futuro trionfale riemergere dalle acque.

La cattedrale sommersa del mito musicato, come preludio, con il titolo La cathédrale engloutie, dal compositore francese Claude Debussy, nel 1910.

Forse non è un caso che tutto questo avvenga mentre ci avviciniamo al trionfo del Cuore Immacolato di Maria, che non sarà il trionfo della tecnologia, ma della verità, della bellezza, della memoria, di tutto ciò che rende umano l’uomo.

Ricominciare da carta e penna significa ricominciare da noi stessi, dalla nostra storia, dalla nostra anima. E questo, oggi, è già un atto di rinascita.

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