La disneyficazione delle città: pietre senz’anima

autore: Pierluigi Bianchi Cagliesi
pubblicato il: 11 Maggio 2026
categoria: Attualità | Cultura

Laudetur Iesus Christus.

Cari amici, vorrei condividere con voi una riflessione su un fenomeno veramente impressionante che sta colpendo tutte le nostre grandi città.

I centri storici più importanti d’Italia, quelli che per secoli hanno custodito la memoria della nostra civiltà, oggi vengono attraversati da un’ondata di turismo di massa che tutto inghiotte, tutto consuma, tutto svuota. Milioni di persone si riversano nei centri urbani come un’orda indistinta, attraversano le strade senza capire nulla, senza percepire nulla, senza assimilare nulla di ciò che quelle pietre raccontano, trasformando i luoghi dell’abitare in scenografie da consumare in poche ore, in un mordi e fuggi che non lascia traccia se non degrado, rumore e un senso crescente di estraneità.

In questo processo, i cittadini veri, quelli che abitavano quei quartieri da generazioni, diventano improvvisamente un ostacolo, un ingombro, una presenza fastidiosa da espellere. Non servono più, non sono funzionali a quella trasformazione che la scrittrice siciliana Angela Fais nel suo libro Pietre senza popolo, che vi invito a leggere, ha definito con grande lucidità “disneyficazione”: la riduzione, cioè, delle città a parchi tematici, a luoghi artificiali costruiti per un turismo che non cerca la verità dei luoghi ma solo la loro immagine semplificata, addomesticata, resa innocua e redditizia. Pietre senza popolo appunto, senza anima, pietre svuotate della loro storia.

La Fais descrive con precisione chirurgica ciò che sta accadendo: da un lato la città materiale, scintillante e attrattiva per i turisti che scendono dalle navi e vi risalgono poco dopo senza aver visto nulla; dall’altro la città immateriale, quella del patrimonio simbolico, culturale, spirituale, che viene profanata nel nome di agende politiche orientate esclusivamente alla speculazione che non tengono in alcun conto il valore culturale, storico, artistico e anche ambientale del territorio. È un doppio processo, materiale e immateriale, che produce un divorzio profondo tra l’urbe e la civitas, tra lo spazio urbano e il corpo sociale, tra la città e i suoi cittadini i quali vengono progressivamente privati del diritto stesso alla città, espulsi dai centri storici e sostituiti da abitanti temporanei che non hanno alcun legame con il territorio.

E gli esempi, cari amici, non mancano. Pensiamo a Venezia, che nel secondo dopoguerra contava oltre duecentoventimila residenti e che oggi, dopo un’emorragia lenta ma inesorabile guidata dalle logiche del turismo di massa, ne conserva poco più di quarantamila: un centro storico svuotato, trasformato in un palcoscenico a pagamento attraversato da flussi continui di visitatori che non apportano nulla alla città e nulla portano via con sé, se non qualche immagine fugace. O Palermo, caso emblematico e impressionante come mi ricorda continuamente un carissimo amico che vive lì e che mi parla di questa trasformazione raccapricciante che ha colpito una città meravigliosa svuotata progressivamente dei suoi residenti, e Napoli, città preda del sovraturismo a cui lo storico quotidiano britannico The Thelegraph ha recentemente dedicato un reportage definendo la città “trasformata in una Disney” e parlando di effetto boomerang, difficoltà per i residenti e identità sempre più a rischio. E lo stesso vale per Roma, mia città natale, dove questo fenomeno iniziò a esplodere già negli anni ’60 e ’70, con la connivenza generale, quando ancora non era così evidente come oggi ma già si percepiva l’arrivo dei nuovi e l’espulsione dei cittadini veri, quelli nati e cresciuti nel territorio, i residenti autoctoni che costituivano l’anima stessa della città eterna.

Sono città che non riconoscono più se stesse, musei della memoria che sopravvivono senza il loro popolo.

E così, mentre anche le aree industriali si svuotano e diventano cattedrali nel deserto, i centri storici vengono ripuliti di tutto ciò che era organico: le botteghe artigiane, le corporazioni, i mestieri tramandati di padre in figlio, i mercati popolari, i linguaggi in codice che raccontavano un’appartenenza… Tutto ciò che era vivo diventa un ostacolo da eliminare. Le strade si riempiono di tavolini, di fast food esotici, di bed and breakfast anonimi, di catene multinazionali, di negozi di souvenir prodotti altrove che non hanno nulla a che fare con la storia del luogo. Il paesaggio urbano si scompone, si frammenta, perde la sua identità e si offre come un contenitore da sfruttare e risucchiare, da svuotare fino all’osso.

Il turismo di massa, dominato solo dal valore di scambio, produce un tipo umano che si adatta a tutto, che consuma tutto, che non ricorda nulla. Sono turisti che vedono una città una sola volta nella vita, che non capiscono ciò che hanno davanti, che non acquisiscono nulla se non qualche immagine superficiale. E intanto, per chi vive ancora in queste città, rimane la solitudine del caos, la percezione dolorosa della fine di una civiltà che si reggeva su rapporti umani profondi, sul ritmo delle campane, sulle processioni, sui luoghi sacri che scandivano il tempo e custodivano l’anima dei quartieri.

In fondo, cari amici, è lo stesso meccanismo che Pasolini aveva già intravisto a suo tempo senza temere di assimilare a un genocidio culturale: l’eliminazione progressiva di tutto ciò che è originario, autentico, radicato, sia esso una famiglia che vive secondo natura o una città che custodisce ancora il suo popolo. Lo svuotamento dei centri storici e la cancellazione delle culture locali rispondono alla stessa logica che punisce chi, secondo le logiche contemporanee, oggi vive fuori dagli schemi: una cultura dell’omologazione che non tollera differenze, che rimuove l’uomo reale per sostituirlo con un’umanità standardizzata e prodotta in serie dal consumismo, funzionale a un mondo senza civiltà italiana e senza civiltà cristiana. Una cultura che, per affermarsi, deve prima cancellare le persone e poi le pietre.

Eppure, cari amici, nulla è perduto per sempre. Dopo la notte e la tempesta che inevitabilmente verranno, dopo le sofferenze e le privazioni che ci attendono, tornerà la possibilità di riscoprire in modo nuovo ciò che abbiamo smarrito. Perché solo attraverso la conversione, personale e collettiva, sarà possibile rimettere ordine, ricostruire ciò che è stato distrutto con una velocità impressionante, e restituire alle nostre città non solo la loro forma, ma la loro anima.

E allora, nel silenzio che seguirà al frastuono, potremo forse rivedere brillare quelle meraviglie che erano il patrimonio della nostra civiltà cristiana e che attendono solo di essere riconosciute di nuovo.

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