Laudetur Iesus Christus, cari amici.
Viviamo in un tempo in cui purtroppo la violenza non è più un’eccezione, ma un’ombra che si allunga su ogni angolo della nostra nazione. E non è un caso. Perché quando l’impunità diventa sistema, la violenza diventa conseguenza. I latini lo avevano compreso con una chiarezza che oggi sembra smarrita: impunitas est mater insolentiae – l’impunità è la madre dell’insolenza, della prepotenza, del crimine.
Ma c’è un punto ancora più profondo, che la nostra società ha dimenticato: nell’uomo esiste una naturale inclinazione al male. È il retaggio del peccato originale, quella ferita che attraversa la storia umana e che nessuna ideologia potrà mai cancellare. E quando questa inclinazione non trova argini — l’educazione, la famiglia, l’autorità, la legge — diventa una barbarie che dilaga. Dilaga nei quartieri, nelle scuole, nelle strade. Dilaga nelle istituzioni che non puniscono più chi sbaglia. Dilaga nella politica che giustifica tutto. Dilaga nella società che non sa più dire “no”.
Prendiamo un caso emblematico: il carabiniere Marroccella. Interviene al buio, in un palazzo forzato da ladri armati. Il collega urla “mi ha accoltellato”, lui reagisce, spara, colpisce un malvivente addestrato alle arti marziali. Risultato? Il delinquente muore, il carabiniere finisce sotto processo. Condannato a tre anni, più di quanto chiesto dal PM, e costretto persino a pagare le spese processuali. Il ladro diventa vittima. Il servitore dello Stato diventa imputato.
E mentre un carabiniere viene rovinato per aver difeso un collega in una situazione di pericolo reale, uno straniero che manda all’ospedale quattro agenti con 77 giorni di prognosi esce libero, pronto a colpire ancora, come se nulla fosse accaduto, come se la violenza esercitata contro chi rappresenta lo Stato fosse un dettaglio trascurabile. I poliziotti finiscono al pronto soccorso, lui torna in strada: e questo dovrebbe essere il Paese “sicuro” che ci raccontano ogni giorno, con una leggerezza che sfiora l’insulto.
Nel frattempo le baby gang dilagano, e non parliamo più di episodi isolati ma di un fenomeno strutturale, radicato, che coinvolge ragazzi sempre più giovani, spesso incapaci perfino di guidare un’automobile ma perfettamente in grado di rapinare, picchiare, accoltellare. Le rapine degli under 17 sono raddoppiate, le risse triplicate, e tutto ciò accade perché la naturale inclinazione al male che abita nel cuore dell’uomo non trova più alcun argine, nemmeno nella legge che dovrebbe essere l’ultima barriera contro il caos morale. Ecco che quando l’uomo non viene educato, quando non viene corretto, quando non incontra un limite, la sua natura ferita prende il sopravvento e si manifesta nella forma più brutale: la violenza.
A questo si aggiunge un’accoglienza trasformata in dogma ideologico, che ignora completamente la realtà e pretende di considerare ogni arrivo come un atto di bontà in sé, senza distinguere tra chi fugge davvero e chi porta con sé la propensione a delinquere. E quando questi soggetti delinquono, vengono protetti più delle loro vittime, come se la responsabilità personale fosse un concetto superato, come se la società dovesse inchinarsi davanti a un principio astratto di accoglienza che non tiene conto delle conseguenze concrete sulla vita dei cittadini.
Guardiamo poi la Gran Bretagna, che rappresenta una sorta di laboratorio avanzato di questa follia collettiva: protocolli di “non intervento” che impongono ai dipendenti dei negozi di non fermare i ladri, pena il licenziamento. È accaduto a Walker Smith, 54 anni, 17 anni di servizio, cacciato perché ha osato bloccare un rapinatore. Il ladro è intoccabile, il lavoratore è sacrificabile. E mentre i furti esplodono — 55.000 al giorno — la polizia si limita a “reprimende”, una sorta di ammonizione verbale che non spaventa nessuno e che anzi incoraggia ulteriormente chi vive di furti e rapine: una pacca sulla spalla. È questa la nuova democrazia: una democrazia che tutela chi ruba e punisce chi lavora, che difende il delinquente e abbandona il cittadino onesto.
E noi, nella nostra Italia, stiamo andando nella stessa direzione. Processiamo i carabinieri, e condanniamo chi si difende in casa propria, risarcendo i criminali che lo hanno aggredito, e tutto questo viene presentato come progresso, come civiltà, come rispetto dei diritti. È ormai evidente che si tratta del modello europeo, il modello dei “volenterosi”, il modello che ci vuole docili, muti, rassegnati, incapaci di reagire. Una società in cui la libertà di furto diventa un diritto di fatto, mentre chi si oppone viene punito con severità.
E poi ci chiediamo perché le forze dell’ordine sono demotivate, perché esitano a intervenire, perché ogni volta che estraggono la pistola o mettono una mano sulla spalla di un sospetto rischiano la carriera, la libertà, la famiglia. È un miracolo che continuino a farlo, un miracolo che solo il senso del dovere e l’amore per l’Italia possono spiegare.
E i politici? Parlano di “Italia”, di “patria”, di “valori”. Ma chi ama davvero l’Italia non la lascia in balia dei criminali. Chi ama gli italiani non li abbandona nelle mani di chi li aggredisce. Chi ama la giustizia non costruisce un sistema che punisce gli innocenti e premia i violenti. Chi ama l’Italia difende gli italiani, non li sacrifica sull’altare dell’ideologia.
Cari amici, siamo nelle mani di Dio, e qualcuno potrebbe dire che è poco. Io dico che è tutto. Perché quando l’uomo tradisce, quando la politica mente, quando la giustizia si capovolge, allora entra in campo il Signore. San Paolo lo ricordava: quando sono debole, è allora che sono forte. E noi oggi siamo deboli, sì, ma proprio per questo la forza di Dio si manifesterà, e sarà un’ora di giustizia come non si è mai vista. Un’ora di misericordia per chi è rimasto fedele. Un’ora di verità per chi non si è piegato.
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