Ideologia al potere: i figli non sono dello Stato

autore: Pierluigi Bianchi Cagliesi
pubblicato il: 11 Dicembre 2025

Laudetur Jesus Christus.

La recente vicenda della famiglia Trevallion-Birmingham, la “famiglia nel bosco” i cui figli sono stati sottratti e affidati a una casa famiglia per decisione della magistratura minorile, apre una riflessione che va ben oltre il singolo caso. Non si tratta soltanto di una questione giudiziaria, ma di un segnale culturale e politico che interroga il rapporto tra Stato e famiglia, tra libertà individuale e imposizione ideologica.

Maurizio Belpietro, direttore de La Verità, ha sottolineato come questi bambini non fossero maltrattati, né privi di istruzione: seguivano un percorso scolastico regolare pur non frequentando una scuola tradizionale, proprio come accade nelle comunità Amish negli Stati Uniti. Il loro “difetto” era vivere nel bosco, senza i servizi igienici moderni. Ma davvero questo basta per decretare l’inadeguatezza di una famiglia?

La memoria corta di una società che dimentica le proprie radici è evidente. Fino agli anni Sessanta, milioni di italiani crescevano in case senza riscaldamento, con bagni esterni e acqua da trasportare a mano, e anche oltre: pensiamo ad esempio al terremoto del Belice del 1968, dopo il quale, complice proprio la malagestione statale, migliaia di sfollati sono stati costretti a vivere in ricoveri di legno e amianto fino addirittura ai primi anni Duemila in condizioni che Leonardo Sciascia paragonò “ai più efferati e abietti campi di concentramento”, privi di servizi igienici interni e attingendo l’acqua da botti esterne. Nessuno pensava che ciò fosse incompatibile con una crescita sana. Oggi invece si invoca un modello unico di abitazione e socializzazione, e chi non vi rientra viene giudicato “non conforme”.

Il paradosso emerge quando si confrontano queste decisioni con altre realtà. I figli dei rom, spesso cresciuti in baracche o roulotte senza servizi, non vengono sottratti. Perché? Se il criterio è la qualità dell’alloggio, la disparità è evidente. E ancora: la socializzazione, usata come argomento contro le scuole parentali, diventa un concetto elastico. Crescere accanto a chi vive di piccoli furti o nella dipendenza da social media sarebbe considerato socializzare, mentre vivere con i propri genitori in un contesto rurale no.

Gli educatori della casa famiglia di Vasto hanno descritto i bambini Trevallion come sereni, affettuosi, legati ai genitori. Non segni di degrado, ma di amore. Eppure lo strappo è stato compiuto. Qui non si tratta di tutelare i minori, ma di imporre un modello di vita ritenuto “corretto” da chi detiene il potere.

La domanda diventa inevitabile: chi decide quale progetto domestico sia legittimo? Chi stabilisce se uno stile di vita debba essere distrutto? Se deleghiamo allo Stato la scelta di come e dove crescere i figli, la conseguenza è che i bambini non saranno più dei genitori, ma dello Stato. È la logica dei regimi autoritari, che considerano la famiglia un ostacolo da superare.

Belpietro ricorda che questa visione non è nuova: era il bolscevismo a proclamare che i figli appartengono allo Stato. Oggi, sotto nuove forme, riemerge un pensiero che tende a marginalizzare le famiglie non allineate al politicamente corretto, soprattutto quelle cattoliche o evangeliche. La famiglia naturale diventa un bersaglio, accusata di essere arretrata, da demolire in nome di modelli culturali imposti.

Eppure la famiglia non è un’invenzione umana, ma un’istituzione voluta da Dio. Per questo, nonostante gli attacchi, tornerà a risplendere con tutta la sua forza. Sarà la luce capace di rigenerare una società che oggi appare corrotta e putrefatta, restituendo centralità a ciò che davvero conta: l’amore tra genitori e figli, la libertà di educare secondo coscienza, la dignità di uno stile di vita scelto e non imposto.

La battaglia non è solo giuridica, ma culturale e spirituale. Difendere la famiglia significa difendere la libertà. E ricordare che i figli non sono dello Stato, ma dei genitori, e soprattutto di Dio.