Laudetur Jesus Christus.
In questi giorni cupi di maggio, mentre l’Europa arranca sotto il peso delle sue stesse contraddizioni, è impossibile non constatare la gravità del momento storico che stiamo vivendo. La cosiddetta Unione Europea, nata come promessa di cooperazione e pace tra i popoli, si rivela sempre più come un carrozzone in sfacelo, governato da una tecnocrazia cieca e distante dalle esigenze reali dei cittadini. È la fine di un’illusione — o forse il compimento logico di un progetto mai davvero ispirato ai valori autentici che fondano la civiltà europea.
L’ultima settimana di aprile 2025 ha segnato una tappa simbolica di questo itinerario terminale. In quei giorni, mentre blackout devastanti colpiscono la penisola iberica — e non per caso — la Commissione Europea, nella persona di Ursula von der Leyen, procedeva imperturbabile sulla strada del riarmo massivo. Il nuovo piano, varato senza confronto parlamentare e sfruttando abusivamente la clausola d’emergenza dell’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, prevede investimenti colossali — si parla non di milioni, ma di centinaia di miliardi di euro — a favore dell’industria bellica.
La procedura adottata è un atto di forza, una forzatura antidemocratica che esclude ogni forma di discussione pubblica, ignora il parere legale del Parlamento Europeo e calpesta perfino il voto contrario della Commissione giuridica. Si tratta, di fatto, di un golpe istituzionale mascherato da “pragmatismo europeo”.
Il messaggio è chiaro: l’Unione Europea non cerca più il consenso. Impone. Umilia l’Europarlamento. Deride le forme della democrazia rappresentativa. Il tutto sotto l’egida di una presunta “emergenza permanente”, che spazia dalla pandemia alla guerra, passando per la crisi energetica e ambientale. È una narrazione costruita ad arte per giustificare la concentrazione del potere nelle mani di pochi — e per alimentare un clima di paura utile a rendere accettabili decisioni inaccettabili.
Il filosofo Giorgio Agamben lo ha detto con chiarezza: ciò che oggi chiamiamo “Unione Europea” non è più una realtà politica e giuridica coerente. È solo un patto tra Stati, svuotato di sostanza, dominato da interessi esterni e da un triumvirato ideologico composto da Germania, Francia e — paradossalmente — Regno Unito, che pur non facendone più parte, ne detta ancora l’agenda.
Parole dure, ma necessarie, arrivano anche dal generale Bertolini, voce autorevole e non compromessa: egli definisce l’attuale Unione un’entità “oligarchica, guerrafondaia, autoritaria, antipopolare”. E auspica il suo rapido fallimento, per il bene delle future generazioni. Non è più tempo di ambiguità. O si prende posizione, o si è complici.
In questa decadenza, alcuni paesi iniziano a sottrarsi. L’Ungheria di Viktor Orbán, per esempio, non solo si avvicina ad alleanze alternative con Serbia, Montenegro e Slovacchia, ma annuncia anche il ritiro dalla Corte Penale Internazionale, denunciandone l’inefficacia e il doppio standard. È il segnale che il vecchio edificio europeo sta perdendo pezzi, mentre nascono nuove geografie politiche e strategiche. Frammenti di un ordine morente, ma anche semi di una possibile rinascita.
Ed è proprio da qui che nasce l’unica speranza concreta: quella di una ricostruzione cristiana dell’Europa. Una rinascita che non può essere soltanto politica o economica, ma spirituale. Un ritorno a Dio, ai valori eterni della fede, della verità, della giustizia. Solo un’Europa che rimette Cristo al centro potrà risorgere dalle sue macerie. Solo un Papa santo, guidato dallo Spirito e non dai poteri del mondo, potrà dare il colpo decisivo a questo sistema marcio.
Come spesso accade nella storia, è quando tutto sembra perduto che la Provvidenza apre strade impensabili. È nei momenti più bui che germoglia la luce. E forse oggi, mentre l’élite europea corre verso il baratro, spinta dal rifiuto di accettare la propria sconfitta, possiamo intravedere i segni di un futuro nuovo, fondato sulla Fede e sulla Verità.
Che Dio lo voglia. E che l’Europa torni ad essere cristiana.
Laudetur Jesus Christus.
